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SETTIMANA FINANZIARIA Borse a picco, oro alle stelle

a cura di Stefano E. Rossi


Tanto tuonò che piovve. Le promesse di Donald Trump adesso sono una realtà. Ha voluto tenere fede alla sua parola. Così, mercoledì quando da noi era sera, ha mostrato con minuziosa sacralità mediatica le Tavole dei Dazi, come se fossero quelle di Mosè. A questo punto ci chiediamo se il Presidente Usa terrà fede anche a tutte le altre misure punitive per i parassiti degli americani. Cioè, se convincerà i Paesi occidentali ad acquistare il debito pubblico americano, obbligandoli con nuove minacce a sottoscrivere i cosiddetti Matusalem Bonds, specifici titoli di Stato con una durata di cento anni. Se riprenderà le relazioni, anche commerciali, con la Russia. E se assisteremo perfino all’invasione della Groenlandia. Questa, a dire il vero, è una minaccia che l’Unione Europea sta prendendo in seria considerazione e, forse, è per scongiurarla che va cauta con le risposte alla guerra commerciale scatenata questa settimana.

Quello aggredito a occidente è un territorio Nato, mentre, a oriente, altri territori Nato, come i Paesi Baltici e Scandinavi, sono sotto scacco della Russia. È una tenaglia composta dagli eserciti più temibili del mondo quella che, intorno all’Artico, ha iniziato a stringere L’Europa. Ma non da oggi, per la verità. E questo avviene nella pressoché totale indifferenza degli Stati europei che stanno più a sud, come l’Italia, distanti da quella emotività nordica che vede avvicinare gli scenari di guerra e teme di rivivere le peggiori pagine della storia del nostro continente.

Sappiamo bene com’è andata la Borsa americana questa settimana: male. Però, va segnalato che non si tratta di un fatto episodico e, quindi, non ci deve sfuggire la vista di più lungo termine. Wall Street proveniva da una tendenza di crescita pressoché ininterrotta dal settembre 2022, quando era stata messa la parola fine alla pandemia. Da novembre 2024 aveva smesso di crescere e, adesso, la vediamo in picchiata. Ma la tendenza al ribasso sta perdurando da un mese e mezzo, cioè dal 20 febbraio 2025, quando si consumò la rottura istituzionale tra il Presidente Trump e il Chairman della Federal Reserve, Jerome Powell. Rispetto ad allora, l’indice Standard & Poors è sceso del 17,4% e il Nasdaq, quello dei titoli tecnologici, ha perso il 21,5%. E, quando inizia una tendenza di Borsa, prima di invertire la rotta deve prima convincere tutti gli operatori di essersi arrestata. È chiaro come ci sia molta altra strada da fare giù per questa china, è probabile.

I timori e le incertezze sul futuro stanno rafforzando i beni rifugio e, fra tutti, stanno continuando a far proseguire la corsa dell’oro. Il metallo prezioso non è mai stato così caro: 3.167 dollari l’oncia, massimo toccato giovedì. Molto più alto del picco raggiunto nella crisi per il Covid, quando era solo riuscito ad arrivare a 2.061 dollari. E tutto questo nonostante la domanda mondiale di gioielli in oro sia calata nel 2024 del 11,1%. Nei distretti orafi c’è il massimo dello sconforto. Per reagire, si sta inseguendo la massima diversificazione dei mercati di sbocco. Infatti, i problemi risiedono non solo nel costo degli approvvigionamenti ma, a questi prezzi di vendita, anche sulle fosche prospettive di tenuta dei fatturati. Quest’anno molti artigiani e piccole medie imprese non riusciranno a sopportare la combinazione tra le minori vendite e i costi più alti della materia prima.

L’inflazione potrebbe ritornare ad essere uno dei prossimi tormentoni globali. Si parte dall’Italia, dove ha rialzato la testa, ormai stabilmente da un trimestre. A marzo si è portata al 2% dal 1,6% e le proiezioni fino alla fine dell’anno la confermano su queste posizioni, sicuramente non meno, semmai di più. Spingono l’indice i comparti dell’alimentazione, dell’abitazione e dell’energia. A questo giro ci tocca tutti, mi sa.

Piazza Affari: no comment. Nemmeno più l’economia di guerra si salva e Leonardo perde in una settimana il 10,37%. Sono state pubblicate le previsioni dell’impatto dell’industria degli armamenti sulla crescita dell’economia europea. È stimato un incremento di 1 o 2 punti percentuali. Parrebbe un risultato di tutto rispetto, se non fosse che è quel che si prevede per il 2030. Nel frattempo, almeno per il prossimo biennio, non ci si aspetta di più che un magrissimo +0,1% di incremento del Pil.

Tutti gli altri titoli della Borsa di Milano crollano come un castello di carte. I bancari sono i più colpiti, scendono tutti tra il 15 e il 20%. Si salva solo qualche titolo legato all’energia.

 

Il Borsino della settimana – rassegna dei migliori e dei peggiori titoli

I Tori: Snam Rete +0,73%, Italgas +0,38%,

Gli Orsi: Bper Banca -18,55%, Banca Mps -18,35%

FTSE MIB: -10,56% (valore indice: 34.649)

 

 


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