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Il Bene per Torino? I punti di forza alternativi all'automotive

Aggiornamento: 30 nov 2024

di Dunia Astrologo


Giustamente l’Arcivescovo di Torino incontrando domani sera, 16 gennaio, le autorità della Regione Piemonte e del Comune di Torino porrà loro la domanda: qual è il bene per Torino? Poiché non si tratta di una questione filosofica (cos’è il Bene? e, per converso, il Male cos’è?) ma, al contrario, di una questione assai pragmatica, ovvero quella che riguarda il futuro economico e sociale di questa città, penso che l’Arcivescovo sia interessato a comprendere meglio quali siano le reali condizioni del tessuto produttivo torinese e cosa si propongano gli amministratori per un contesto in cui, nelle parole di Mons. Repole  già citate nell’articolo di Luca Rolandi, “c’è gente che perde il lavoro, fabbriche che chiudono…e questo nella vita concreta e reale delle persone ha un impatto drammatico”.[1]

Cosa induce una percezione tanto scura? Certo la osservazione di molti dati di fatto, come quello sull’occupazione che ha recuperato nel 2022 un 2% (+8000 occupati) rispetto all’anno precedente (eravamo ancora in piena emergenza Covid), ma in termini assoluti sconta la perdita di 22.000 posti di lavoro rispetto al 2019-2020. In Piemonte in generale la dinamica è stata più positiva (+ 6% circa, riportando i posti di lavoro complessivi all’ammontare del 2017), ma ha riguardato molti settori industriali tranne quello dell’automotive, concentrato, come si sa, nell’area torinese. Anche la qualità dei posti di lavoro ha il suo peso, trattandosi in maggioranza assoluta (80%) di contratti a tempo determinato o a part time. Oppure conta il dato di un ulteriore calo dei residenti, - 53.000 rispetto al 2013, quando invece altri capoluoghi - e non solo Roma e Milano, ma pure Bologna – crescono di numero, e la popolazione intanto invecchia.

Insomma immagino che l’Arcivescovo abbia letto attentamente i dati IRES/Osservatorio su Mercato del lavoro che, nel loro complesso ci mostrano una città che sembra aver perso slancio da quando progressivamente i mutamenti generali dell’economia, con la crescente deindustrializzazione, e con lo sviluppo di un terziario sempre più specializzato, hanno sottratto a questa città le sue capacità distintive senza che queste venissero sostituite da nuove competenze forti e traenti. Una responsabilità centrale è riconoscibile nella contrazione che da almeno vent’anni a questa parte ha caratterizzato il polo dell’automotive, che è stato per un secolo, invece, il centro propulsivo dell’industria torinese e piemontese.

Non è una scoperta che l’azienda oggi dominante nella produzione di autoveicoli, Stellantis, si stia progressivamente ritirando dal Piemonte, nonostante affermazioni ambigue e contrarie. I posti di lavoro che negli anni Settanta erano più di 50mila, durante l’amministrazione Marchionne erano già scesi della metà. Negli anni successivi vi è stato un costante stillicidio, con produzioni spostate altrove (Polonia, Serbia, altre regioni italiane o decisamente fuori Europa) e con sempre minori investimenti. Ora a Mirafiori lavorano meno di 12.000 persone, ma la maggior parte di loro è in Cassa integrazione, da anni, e Stellantis sta incentivando in tutti i modi l’uscita del maggior numero possibile di dipendenti (15.000 sono stati i garbati inviti ad approfittare dell’opportunità, solo 2000 circa le risposte positive). Ottenendo così che se ne vadano quelli che hanno maggior potere contrattuale sul mercato e maggiore know how professionale.

Nel frattempo l’indotto perde colpi, per ora ancora in misura marginale, date le scelte di diversificazione attuate dalle imprese: il mercato di riferimento non è più solo quello interno dominato dall’ex-Fiat, ma quello globale.[2] Solo che anche questo, dominato per l’intera filiera dai cinesi, sta subendo forti scossoni dalla crisi produttiva della Germania. E le perdite per quanto relative (-1,3%) di occupazione, le chiusure di fabbriche dell’indotto più vicine a Stellantis e IVECO stanno cominciando seriamente a preoccupare gli addetti e gli imprenditori.[3]

Poche sono le innovazioni che in questo settore  stanno venendo introdotte: l’auto elettrica è un prodotto che ancora non è in grado di sostituire completamente quelle con motori endotermici o ibridi, e lo si vede qui da come stenta a partire la produzione della 500 elettrica a Mirafiori. Contemporaneamente Stellantis, oltre a pensare a un impianto per l’economia circolare (ovvero per il recupero di parti da autovetture dismesse) e uno per la produzione di componenti per motori elettrici che ancora ha da partire,  si dà all’immobiliare (per altro una consolidata passione degli ultimi degli Agnelli, che vendettero tutto quel che potevano sia degli stabilimenti, sia di altre proprietà) e piazza sul mercato l’ex stabilimento Maserati di Grugliasco e l’ex FCA di Rivalta.

Dunque quale sarà il bene per Torino? Inseguire l’auto che fugge, o immaginare di espandersi in altri campi, magari non quello dei bar e delle trattorie/ristoranti/vinerie eccetera che già pullulano e sono caratterizzate da un turn-over pazzesco? Forse sarebbe meglio puntare a rinforzare quelli che sono comunque i suoi punti di forza: engineering, aerospaziale, biotecnologie, digital innovation. E trasformarsi decisamente in città universitaria, della ricerca avanzata e della diffusione culturale, capace di accogliere e possibilmente trattenere giovani futuri lavoratori della conoscenza, offrendo atenei che sono tra i primi in Europa: una città dedicata all’innovazione e alle tecnologie “soft”, che potrebbe facilmente essere resa ancor più gradevole e accogliente, e con maggiore offerta di nuova occupazione,  meno cara di altre città  del Nord, se fosse dotata di più servizi più moderni e appetibili per un pubblico giovanile, e che possa invertire la tendenza all’ingrigimento anche anagrafico di questa  ex-capitale dell’industria e della tecnologia “hard”.

 

 

Note

[2] Molto dettagliato e interessante il report di Unioncamere e Anfia: https://www.to.camcom.it/sites/default/files/studi-statistica/Osservatorio_Auto_2023_Rapporto.pdf

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