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24 FEBBRAIO, UN ANNO FA Ora lottiamo per la Pace

Aggiornamento: 7 apr 2023


Stasera partirà alle 20,30 da piazza Borgo Dora, per concludersi davanti al Municipio di Torino, la "Fiaccolata per la Pace". Altre manifestazioni sono previste in provincia di Torino e in altre parti del nostro Paese, quelle parti che ostinatamente, quasi isolate e guardate con sospetto continuano a proclamare e a sostenere la necessità di promuovere la Pace e l'incontro tra i popoli.

Eppure, quello che sembrava un valore acquisito, una forza propulsiva che ha avuto anche il merito di fare sognare un posto migliore dove vivere in ogni angolo della Terra, indipendentemente dalle generazioni, culture, religioni, ideologie, è delegittimato con la prepotenza che si riconosce alle parole quando si arrogano un unico scopo: quello di impedire il libero pensiero sostituendolo con un pensiero dominante che non ammette repliche, che pretende di riassumere in un unico file la storia dell'umanità con le sue contraddizioni e diversità, che impedisce la memoria storica degli eventi. Non la verità storica sia chiara, ma almeno la sua ricostruzione. Fine ultimo: o con me o contro di me. Il massimo cui si può aspirare oggi in materia di libertà di pensiero. Un po' poco, per chi non è disposto a perseguire la logica delle armi.

Che tristezza e che amarezza! E che dolore nell'ascoltare moltiplicata all'inverosimile come una stancante cantilena dal potere liberatorio, proprio nel giorno dell'invasione dell'Ucraina, la parola "vittoria", mai accompagnata dalla parola Pace, se non in uscita di commento, quasi una foglia di fico per salvare le forme, le apparenze. La parola "vittoria" adoperata dunque, viene da pensare male (ma non sempre si azzecca, ne si è consapevoli) come ombrello psicologico, una sorta di pre-chiamata alle armi con cui un domani si potrà sempre dire: "ma come, non l'avevi capito che eravamo in guerra, che dovevamo fare ancora, annunciarlo per radio e Tv, magari nel salotto di Vespa (per la verità si è ad un passo, con tutti i fior di strateghi che ospita), appiccare ai muri i bandi di reclutamento nei Distretti militari, che peraltro non esistono più?

Eppure, è noto che con le armi di distruzioni di massa, la parola "vittoria" è bene usarla a tavolino per raccontare l'esito di una battaglia o di una guerra del passato. Ma a quanto pare per l'Occidente - che si arroga il diritto di detenere una superiorità morale in virtù del fatto che i pregi del suo sistema politico supererebbero nettamente le pesanti ombre - la guerra è un prodotto da promuovere - non a torto - alla stregua di un prodotto di consumo. Esattamente, così, non a torto, senza la minima preoccupazione di quanto poi la vittoria potrebbe costare a tutti con la perdita della nostra identità, dei nostri valori, quelli che siamo in grado di applicare quotidianamente, con la mano sul cuore e non unicamente sul portafoglio, e non limitarci a sbandierarla nascondere anche interessi.

Sì, perché la guerra genera profitti miliardari, come ha affermato oggi in una intervista il sociologo americano Noam Chomsky sul Manifesto, e giganteschi trasferimenti nelle operazioni di borsa, si deve aggiungere, profitti che a loro volta generano una montagna di denaro per le cosiddette azioni di lobby e a cascata condizionamenti della politica, dell'informazione, promozione di centri studi "amici" per il sostegno del consenso, comparsate televisive, fino alla sotterranea emarginazione di chi ha opinioni difformi. In questo ultimo caso, le sanzioni della società occidentale vanno per sottrazione (ruoli, prestigio, opportunità di carriera) e non sono pari alle pene che i dissidenti scontano nelle prigioni del presidente della Federazione Russa, l'invasore dell'Ucraina, Vladimir Putin. Ma, a un patto: quello che non si abbia la temerarietà di sfidare il Potere, altrimenti ci si ritrova in una cella, in attesa di estradizione negli Usa, come il giornalista Julian Assange, colpevole di "cospirazione e spionaggio". O come per Edward Joseph Snowden, noto per aver denunciato pubblicamente programmi top-secret di sorveglianza di massa dei governi americano e britannico. Nei loro casi, come un oscuro maleficio, la libertà di parola è cambiata di segno per diventare libertà dei governi di reprimere in nome della sicurezza nazionale, anche se quelle stesse rivelazioni hanno concorso a dare sostanza alla democrazia di cui ogni Stato è fiero ogni volta che cita la propria costituzione.

In questa giornata del 24 febbraio 2023, la Porta di Vetro ha ospitato articoli di diverso orientamento e prospettive nello sforzo, sempre insufficiente, di dare voce e continuità al confronto, perché nessuno si debba compiacere di quello che sta accadendo da 365 giorni un paese dell'est Europa. Il rischio del compiacimento è serio in mezzo alla retorica incontrollata da qualunque parte essa provenga. Ma il rischio maggiore rimane oggi quello di perdere contatto, prima che con la realtà, con chi siamo noi come essere umani, fragili e deboli, e soprattutto confusi. Ma non possiamo permettercelo. Altrimenti cadrebbe anche l'ultimo diaframma che ci divide da una guerra globale.

E, in proposito, colpisce una delle recenti esternazioni del Segretario generale della Nato, un norvegese, che ha dichiarato "non credibile la Cina" come Paese che nega di inviare armi alla Russia. Colpisce perché sono affermazioni che cancellano una realtà che è sotto gli occhi proprio per la credibilità che all'opposto l'Occidente ha tributato e tributa da decenni alla Cina: grande potenza mondiale, la seconda economia mondiale alle spalle degli Usa, seggio permanente all'Onu, lo stato più abitato della Terra con un miliardo e mezzo di abitanti, almeno sei città che superano i dieci milioni di abitanti, un esercito di oltre due milioni di militari, un numero spropositato di grande aziende, molte delle quali hanno investito in Europa, in Italia (alcune sono proprietarie di alcuni blasonati club calcistici).

Eppure, secondo un norvegese, di cui fino a ieri erano in pochi a conoscere l'esistenza, figlio di una nazione che offrì nel 1942 un governo fantoccio a Hitler guidato dal primo ministro Quisling, il cui nome è stato esecrato e letto come una vergogna nella guerra contro il nazismo, più e peggio del maresciallo Pétain che almeno era stato l'eroe di guerra a Verdun nel 1916, prima di finire nell'ignominia della Repubblica di Vichy, sostiene che non è credibile. Un Paese come la Cina si espone con il suo ministro degli Esteri è un norvegese, e abbiamo la massima comprensione per i norvegesi, pochi o tanti, che aspirano alla Pace, gli si para contro, forse con la convinzione di essere un nuovo eroe di piazza Tienanmen, anche se questa volta a fermare i carri armati è la Repubblica cinese. Fuori tempo massimo. A questo punto, credo che - pur contenti di stare sotto l'ombrello della Nato - vi siano davvero tutti i presupposti per dire in piazza "no alla guerra", lottiamo per la Pace.

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